I TESTI

STORIE LIBERATE-UN NUMERO-ZIU PAULINU

 

STORIE LIBERATE

(PIEROMARRAS)

Ci sono storie miniaturizzate/storie di poco conto disperate

minutaglia spiccia e francamente/storie di cui a nessuno importa niente.

Sono respiri lunghi un giorno intero/ansie marcate a fuoco in un pensiero

nostalgie, messaggi, litanie/angosce sparse in forma di poesie.

Le hanno trovate lì, dimenticate/sotto una coltre di muffa in espansione

qualcuno mosso a umana compassione/senza pensarci su le ha liberate.

Ci sono storie un poco impolverate/lettere innamorate censurate

qualche ombra scura in fondo al cuore/immani apocalissi di dolore.

Ci sono storie della nostra storia/utili a puntellare la memoria

percorsi non lineari un po’ omertosi/sul fronte verità troppo morosi.

Le hanno trovate lì, dimenticate/sotto una coltre di muffa in espansione

qualcuno mosso a umana compassione/senza pensarci su le ha liberate.

Per questa umanità dimenticata/che poi di umano non ha più sembianze

siamo pronti a sostener le istanze/di una promiscuità sovraffollata.

Per lei che ci fa urlare di vergogna/vorremmo ricordare quei diritti

che l’Europa spesso alla bisogna/ricorda "sono umani", mai prescritti.

Le hanno trovate lì, dimenticate/sotto una coltre di muffa in espansione

qualcuno mosso a umana compassione/senza pensarci su le ha liberate.

 

 

UN NUMERO

(PIEROMARRAS)

“La civiltà di un popolo, di un intera nazione/si evince dallo stato di ogni sua prigione”

lo ha detto Dostojevskji, non un signor nessuno/monito alle coscienze e al cuore di ciascuno.

Al diritto alla vita spalanchiamo le porte/contrari come sempre alla pena di morte

e anche a certa brama, vergogna nazionale/di trasformare il carcere in vendetta sociale.

Se fosse il carcere un campo da arare/se il sole fosse sempre fatto entrare

se l’aria che respiri fosse aria dal cielo/se queste sbarre fossero uno stelo

e se il silenzio fosse silenzio da ascoltare/e la mattina fosse mattina da odorare,

tu non saresti più un numero/tu non saresti più un numero

“Il carcere per logica qualcuno l’ha inventato,ma quel qualcuno è certo che non c’era mai stato1”.

E c’è chi entrato in carcere da ingenuo contadino/ne è uscito poi diverso, un violento assassino.

Sogno una società senza patrie galere/dove la civiltà si apra a nuove frontiere

E la miseria intorno finalmente sia vinta /dissolta l'ingiustizia e la violenza estinta

Se fosse il carcere un campo da arare/se il sole fosse sempre fatto entrare

se l’aria che respiri fosse aria dal cielo/se queste sbarre fossero uno stelo

e se il silenzio fosse silenzio da ascoltare/e la mattina fosse mattina da odorare,

tu non saresti più un numero,tu non saresti più un numero.

 

 

Più frivola la storia di Ziu Paulinu, un capraio nato a

Baradili, un paesino della Marmilla, detenuto all’Asinara

sino alla chiusura del carcere. Molte delle sue capre, circa duecento,

erano già state trasferite nella colonia di Is Arenas,

dove lui arriverà con qualche giorno di ritardo dopo aver

soggiornato nel carcere di San Sebastiano a Sassari. Una

mattina, accompagnato da una macchina dei carabinieri,

raggiunge Is Arenas dove lo accoglie il brigadiere responsabile;

dopo un pranzo veloce, verso le ore 14, è finalmente

di nuovo all’aria aperta insieme ai suoi animali che quando

lo vedono lo circondano e salutano con un affetto speciale.

La canzone Ziu Paulinu  descrive proprio

questo momento festoso con zio Paolino che saluta per

nome tutte le sue amate capre.

 

ZIU PAULINU 

(Pieromarras)

Merramessada, Candida e Mariedda/sun sas crapas de s’Eliche Mannu

intenden a Paulinu dae innedda/e curren totus chene fagher dannu.

A issas ponet fattu Peppinedda/naschida est in beranu s’ater’annu

sichinde sun Bandiera e Capuccina/s’est cumplichende meda sa faina.

E ziu Paulinu paret unu babbu/cun totus custas feminas a inghiriu

si bidet commo ch’est a bonu grabbu/mancari siat sa vida (sua) a s’acabbu.

e siat bessidu eris dae martiriu/bint’annos malaitos de presone

non b’intraian totus in sa cantone,ma b’intrat s’anima de sas chistiones:

menzus sas crapas sun de sas pessones.

ZIO PAULINO DELLE CAPRE

Murramessada, Candida e Mariedda/sono le capre di Elighe Mannu

sentono da lontano Paolino/e corrono tutte senza far danno.

Dietro di loro Peppinedda/nata l’anno scorso in primavera

seguono Bandiera e Cappuccina/la facenda si complica.

E zio Paolino sembra un patriarca/con tutte queste donne intorno

adesso si vede che è sereno/sebbene la sua vita volga al termine.

Ne è uscito ieri dal martirio/vent’anni maledetti di prigione

tutti non entravano in questa canzone/ma c’entra il ragionamento più importante:

sono meglio le capre delle persone.

 

CASTIADAS-CARU FERRANDU

CASTIADAS

(PIEROMARRAS)

Cando in Austu ‘nde sun isbarcados/pariat su mare una tàula lada

e luego cun s’àncora ghetada/mannu est s’ispantu de sos cundennados.

Abbaidende su sartu totu a inghìriu/S’asprore ’e sa natura, su martìriu

fit “badde ‘e su diàulu” nomenadu/su logu solianu ’e disisperu.

E fadigosu a bi campare abberu/e malu puru pro cuss’inserradu

chi depiat iscontare cun dolore/totu sa pena in “Caienna Minore”.

Ispuntat su sole in Castiadas/a bellu a bellu de su monte a palas

sos mortos non sun mortos indebbadas/ca sanadu an sas terras impestadas.

Nàschida es’ cun s’intentu printzipale/de luire mortores arestados

cun su laore in sos sartos lantados/sa prus manna colónia nazionale.

Ma non sun mortos totus de malària/inoghe tra paúle e arenària

amus intesu de sos presoneris/mortos umpare in sa tzella iscurosa.

Connota menzus “de sos bios sa losa”,/non b’intraian mancu sos basseris

in s’abba mala che sutzu ’e latórighe/balla a su pê, annegados che sórighes

Ispuntat su sole in Castiadas/a bellu a bellu de su monte a palas/sos mortos non sun mortos indebbadas

ca sanadu an sas terras impestadas.

 

CASTIADAS

Il giorno di agosto in cui sono arrivati/il mare sembrava una tavola piatta

e come fu gettata l’ancora/grande fu lo spavento dei condannati.

Nell’osservare il territorio tutt’intorno/l’asprezza della natura, il martirio.

“La valle del diavolo”, così venne chiamato/questo luogo solitario di disperazione.

Un luogo pericoloso e in cui è difficile vivere/e soprattutto per quel recluso

che doveva scontare con dolore/tutta la pena in quella “piccola caienna”.

Spunta il sole a Castiadas,/piano piano alle spalle del monte.

I morti non sono morti invano/poiché a loro si deve la bonifica del territorio.

È nata col principale intento di redimere/gli assassini più crudeli

con il lavoro nei campi feriti

la più grande colonia della nazione.

Ma non son morti tutti di malaria

qui fra paludi e arenaria

abbiamo sentito di galeotti

morti tutti insieme nella “cella nera”.

Meglio conosciuta come “sepolcro dei vivi”

non voleva entrarci nemmeno il pulitore di cessi,

annegati come topi, palla al piede,

nell’acqua tossica come lattice di euforbia.

Spunta il sole a Castiadas,

piano piano alle spalle del monte.

I morti non sono morti invano

poiché a loro si deve la bonifica del territorio.

 

 CARU FERRANDU

(Bachisio Falconi, Pieromarras)

Caru Ferrandu ti lu prego tantu/in sa tumba chi tue ses seportu,

isclama nessi da’ su Campusantu/pro su malefattore chi t’hat mortu,

chi su risu li girede in piantu/pro cantu durad’issu in discunfortu,

chi non torret’a bier die ona/su chi hat mortu a tie in cussa zona.

Caru Giuseppe, sa notte fatale/chi deo t’bapp’in sa zona incontradu/

tue già l’ischis Ferrandu istimadu/chi dai mene non d’has tentu male,

su chi t’hat dadu su colpu mortale/deved’esser calcunu iscelleradu

chi no giughet né anima e né coro/solu che a Cainu vile moro.

Ite dolore Giuseppe Ferrandu/chi hat proadu babu e mama tua

cando lis est andadu su cumandu/senz’ischire niente a domo sua;

de cuddu fruttu insoro venerandu/comente fisti tue a galampua

lu pott’ischire su chi han proadu/intendente su fizu istramazzadu!

Caru Ferrandu ti lu pregu tantu.

CARO FERRANDU

Caro Ferrandu, ti prego tanto/nella tomba dove sei sepolto,

dillo dal cimitero chi è/il malfattore che ti ha ucciso,

così che l’allegria gli si trasformi in pianto/e per quanto vive resti nello sconforto

e chi ti ha ucciso in quel luogo/non possa mai vedere una bella giornata.

Caro Giuseppe, quella notte fatale/quando ti ho incontrato in quella zona

tu lo sai bene, Ferrandu stimato/che da me non hai ricevuto alcun male,

chi ti ha colpito a morte/deve essere stato qualche scellerato

che non ha né anima e né cuore/solo un vile moro come Caino.

Che dolore Giuseppe Ferrandu/hanno provato tuo padre e tua madre

quando sono stati avvisati dal comando/ignari di tutto a casa loro;

tu che eri il figlio prediletto/il loro frutto venerato/posso intuire quello che hanno provato

nell’apprendere che il loro figlio era stato ucciso/Caro Ferrandu ti prego tanto.

 

 

MIO CARO CUGINO GIUSEPPE/ SE IO POTESSI SCRIVERE

 

MIO CARO CUGINO GIUSEPPE

(PIEROMARRAS)

[Liberamente tratto dalle lettere dal carcere del detenuto Francesco Tumminiello]

Mio caro cugino Giuseppe

la presente

per farti presente

che son molto in pensiero per te.

Ti ho scritto una lettera

nessuna risposta.

Ora puoi immaginare

il cervello, in che stato si viene a trovare.

Quindi ti prego

da vero fratello

scrivimi

perché sono in pensiero per te …

Mio caro cugino Giuseppe

volevo anche dirti

che sei molto poltrone

non mi scrivi da tempo.

Mentre io

ogni giorno non penso che a te

scrivo un po’ rozzamente, come sai

non ho fatto le scuole.

Mi devi scusare

ma ti informo che faccio

per due ore alla sera a Mamone

la terza elementare.

Quindi ti prego

da vero fratello, scrivimi

perché sono in pensiero per te …

Mio caro cugino Giuseppe

spiacente la carta è finita!

Vorrei scriverti ancora

e non per poche ore

ma non viene permesso.

Finisco con la penna

ma non certo col cuore.

Ti invio saluti e baci

amami come ti amo

e credimi tuo indimenticabile cugino.

Quindi ti prego

da vero fratello, scrivimi

perché sono in pensiero per te …

 

Un’altra storia particolare riguarda un recluso ex militare

durante la seconda guerra mondiale, Nilo Vettorazzi, arruolato

nella brigata Nembo (compagnia paracadutisti)

come caporal maggiore. Si distinse in diverse azioni militari

dimostrando grande attaccamento alla Patria e coordinando

un gruppo di soldati. Dopo l’8 settembre 1943, data

dell’armistizio, si trova letteralmente sbandato e allo stremo

delle proprie forze, disperso nelle campagne di Gonnosfanadiga,

un paesino della Sardegna centro-occidentale.

Probabilmente per cercare di sopravvivere, insieme ai compagni,

è costretto per fame a rubare una pecora. Denunciato,

Nilo Vettorazzi viene per questo condannato dal

Tribunale militare straordinario di guerra a 15 anni di

reclusione, quindicimila lire di multa, interdizione dai pubblici

uffici e degradazione del ruolo militare. Dalle sue lettere,

ancora di grande attualità, emergono sentimenti ed

emozioni, pieni di attesa e speranza, delusione e sofferenza.

Nel brano Se io potessi scrivere, il Vettorazzi racconta ai familiari,

con un linguaggio poetico e ricco di metafore, le

sue giornate nella colonia: «ancora una forbiciata al tempo

e un altro anno è completato».

SE IO POTESSI SCRIVERE

(PIEROMARRAS)

 [Liberamente tratto dalle lettere dal carcere del detenuto Nilo Vettorazzi]

Uno sbuffo di cipria che scolora gli affanni

sul viso di una vecchia devastato dagli anni

sono le vostre lettere che emanano tepore

e sanno dare voce ai luoghi che ho nel cuore.

Qui fa freddo ed i giorni son sempre tutti uguali

un’altra sforbiciata a un anno da animali

è il dolore a impastare questa nostra esistenza

coi miasmi nell’aria, grottesca compresenza.

Se io potessi scrivere

incendierei il mondo

col mio pensiero.

Un martello alle tempie come avessi la febbre

la paura m’insegue fra esaltazioni ebbre

qui siamo tutti uguali confusi nel letame

e per un solo errore reietti del reame.

Il giorno che uscirò non dovrò più sentire

la mia lingua piegata costretta ad abortire

i roventi pensieri di una mente allo sbando

resisterò, ma voi, voi pensatemi sempre,

mi raccomando!

Se io potessi scrivere

incendierei il mondo

col mio pensiero.

L'AGENTE DI CUSTODIA/NON ERO IO,LO GIURO

L’AGENTE DI CUSTODIA

(Pieromarras)

Chi si ricorda più di lui?

Giuseppe Tomasiello

che si fidò di un detenuto

credendolo un fratello.

Chi si ricorda più di lui?

Di un giovane soldato

che fu trovato steso a terra

col cranio fracassato.

Chi si ricorda Ettore Scalas?

E Salvatore Soro?

Uccisi tutti a coltellate,

ma chi erano costoro?

E gli agenti Bachiddu

Pittalis e Caridi,

caduti insieme quella notte

dei barbari omicidi?

Fare l’agente di custodia

forse indurisce un po’ la vita

qual’é la giusta traiettoria

per quest’umanità smarrita.

Fare l’agente di custodia

certo è un mestiere fra i più ingrati:

non apre crediti alla gloria

vivere in mezzo ai carcerati.

A quei caduti nel dovere

del sottotraccia quotidiano.

A quei troppi nessuno

a cui darei la mano.

Oggi mi va di dedicare

i miei pensieri bonsai

per ricordare un mondo a parte

di cui nessuno parla mai.

Fare l’agente di custodia

forse indurisce un po’ la vita

qual’é la giusta traiettoria

per quest’umanità smarrita.

Fare l’agente di custodia

certo è un mestiere fra i più ingrati:

Non apre crediti alla gloria

vivere in mezzo ai carcerati.

 

NON ERO IO LO GIURO

(Pieromarras)

La mia è una storia unica d’amore appassionato

una storia emblematica, quella di un condannato

sono stato la vittima di uno scherno sferzante

di una perfidia femmina, di uno spettro danzante.

Conobbi quella dea balzata su dal mare

una sera d’autunno, come dimenticare!

Grottesca sfida fu della sorte all’umano

quel suo sorriso dolce che mi prese per mano.

Non ero io lo giuro signori della corte

davanti a quel portone a scaricar la morte

ma un altro io, un ignoto, figura ributtante

era lui, ve lo giuro, che sparò alla mia amante.

E come non bagnarsi tuffandosi in quel mare?

Come poter resistere e non capitolare?

E fu nodo di rose, amalgama sublime

di due anime in estasi, di voluttà che opprime.

Poi come per incanto la storia cambiò verso

da me fu allontanata ed io mi sentii perso

rivendicai un diritto, quello del fidanzato

l’ho inseguita per mesi, ma non mi ha mai ascoltato.

Non ero io lo giuro signori della corte

davanti a quel portone a scaricar la morte

ma un altro io, un ignoto, figura ributtante

era lui, ve lo giuro, che sparò alla mia amante.

La rivedevo a volte come in una visione

che mi gridava vieni sei ancora il mio padrone

e adesso è qui in quest’aula che vomita il disprezzo

l’odio nei miei confronti, lo schifo ed il ribrezzo.

Io sono stato schiavo, schiavo alla sua catena,

della carne che ammorba, del bacio che avvelena,

non c’è più volontà, non c’è più intelligenza,

l’ubriaca voluttà prelude alla demenza.

Insisto o degni giudici col mio ragionamento:

son io lo sventurato, è mio convincimento

quel corpo mi ha corrotto fino alla perdizione,

un altro io ha sparato davanti a quel portone.

Non ero io lo giuro signori della corte

davanti a quel portone a scaricar la morte

ma un altro io, un ignoto, figura ributtante

era lui, ve lo giuro, che sparò alla mia amante.

 

UNU FRORE CHE A TIE/JEO NON 'IPPO TORERO

UNU FRORE CHE A TIE

(PIEROMARRAS)

S’amore meu ‘e su coro/juchet sos ojos mannos,

a sa mirada issoro/s’inche fuin sos afannos.

S’amore meu ‘e sa vida/juchet bonu sentidu

e s’anima dechida/che puzone in su nidu.

Unu frore che a tie,/bellu a suta ‘e su nie,

a su sole ‘e frearzu/mi l’at a batire Deus.

S’amore meu ‘e su coro/juchet sos ojos mannos,

an a esser chent’annos/dae cando deo t’adoro.

S’amore meu ‘e sa vida/juchet bonu sentidu,

dae cando ses partida/deo so abarradu ischidu.

Unu frore che a tie,/bellu a suta ‘e su nie,

a su sole ‘e frearzu /mi l’at a batire Deus.

UN FIORE COME TE

Il mio amore ha gli occhi grandi

al solo guardarli se ne vanno via i dolori.

Il mio amore ha gli occhi grandi

saranno passati cent’anni da quando ti adoro.

L’amore della mia vita ha buoni sentimenti

e l’anima tenera come un uccellino nel nido.

L’amore della mia vita ha buoni sentimenti

da quando sei partita io sono rimasto sempre sveglio.

Un fiore come te bello sotto la neve

me lo porterà Dio al sole di febbraio.

Il mio amore ha gli occhi grandi

saranno passati cent’anni da quando ti adoro.

L’amore della mia vita ha buoni sentimenti

da quando sei partita io sono rimasto sempre sveglio.

 

JEO NO ‘IPPO TORERO

(Antonino Mura Ena-Pieromarras)

 

Jeo ‘ippo Juanne ‘Arina.

Luvulesu, pitzinnu minore.

In tempus de laore, a manzanu e a sero,

de voes e de vaccas punghitore.

Ma no ‘ippo torero.

Jeo no so mortu

A sa chimbe de ‘ortadie

(che a Ignacio Sànchez).

Jeo so mortu a s’arveschere

in su creschere.

No b’aiat pro me in s’arena

un’isporta ‘e carchina vattuta

a isterrita, supra su sambene.

A mie no m’an vattutu

unu savanu biancu.

Unu voe m’aiat incorratu

in sa jaca ‘e s’ortu.

Ohi! chi so mortu

a mamma appo cramatu

a sa jaca ‘e s’ortu.

Mamma est vennita a s’ortu.

Apporrimi sa manu

e ‘ocaminde, mama

dae custa mala cama

de sa terra ‘e s’ortu.

No mi lasses in terra

che infattu ‘e gama.

Cramami a babbu, mama,

chi torret dae gherra ...

-’Itzu meu galanu

no lu poto cramare.

Ca babbu est mortu in mare,

e tue ses orfanu,

‘itzu meu galanu.

Tue lu des contare

in donzi terra e portu

chi at tentu malu irgrabbu,

‘itzu meu galanu.

Tue lu des contare

chi babbu est mortu in mare

in donzi terra e portu

chi babbu in mare est mortu.

Ohi sa calentura, sa calentura!

Unu ‘ilu luchente mi porriat caente

babbu su mortu in mare,

mi lu porriat caente a m’ampilare

a caminu ‘e chelos.

M’ampilaiat a fiancu

unu zovanu ‘ertu,

su solopattu abbertu

de cristallu biancu

e un’ispada in manos.

E una ‘erta in s’imbene

chei sa mea.

L’appompiaio jeo

m’appompiat isse:

- Está herido? – Sisse.

- Eres torero? - Nosse.

Vostè juchet in s’imbene una ferta

aberta, chei sa mea.

-Vostè es torero?

-Yo soy un río de leones.

Gloria de Andalusia.

Tú eres torero?

Nosse, vostè. Jeo no ‘ippo torero.

Jeo ‘ippo Juanne ‘Arina,

pitzinnu minore.

A manzanu e a sero,

in tempus de laore,

de voes e de vaccas punghitore.

Ma no ‘ippo torero.

In sa jaca ‘e s’ortu

unu ‘oe m’haiat incorratu.

Ma no ‘ippo torero.

Calla, niñito, calla.

Tú eres torero!

El mas grande torero sardeñolo

demasiado pequeño.

Subimos juntos a los toros celestes.

Toma tu mano pequeña

a este herido leon,

torero sardeñolito

niñito del corazón.

IO NON ERO TORERO

Io ero Giovanni Farina

ragazzo pastore di Lula

nella stagione della semina, di mattina e di sera,

ero pungolatore di buoi e di vacche.

Ma io non ero torero.

Io non sono morto

alle cinque della sera

(come Ignacio Sànchez).

Io sono morto all’alba

nel mio crescere.

Non c’era per me nell’arena

una sporta di calce gettata

come una coperta, sopra il sangue.

A me non hanno portato

un lenzuolo bianco.

Un bue mi aveva incornato

Davanti al cancello dell’orto.

Ohi! Che son morto.

Ho chiamato mia mamma

all’ingresso dell’orto.

Mamma è venuta all’orto.

Dammi la mano mamma

e liberami da questo terribile bruciore

del terreno dell’orto.

Non lasciarmi per terra

come dietro il gregge.

Chiamami babbo, mamma

che ritorni dalla guerra ...

O figlio mio bello

non lo posso chiamare,

perché tuo babbo è morto in mare,

e tu sei orfano,

figlio mio bello.

Tu lo devi raccontare

in ogni terra e porto

che hai avuto un brutto destino

o figlio mio bello.

Tu lo devi raccontare

che tuo padre è morto in mare

in ogni terra e porto

che tuo padre in mare è morto.

Ohi la febbre, la febbre!

Un filo lucente e caldo

babbo, il morto in mare

mi porgeva per salire

nella via dei cieli.

E saliva al mio fianco

un giovane ferito,

con il corpetto aperto

bianco come il cristallo

e una spada in mano.

E una ferita nell’inguine

come la mia.

Io lo guardavo,

lui mi guardava:

Sei ferito? Si, Signore.

Sei un torero? No, Signore.

Lei, Signore, ha una ferita nell’inguine

aperta, come la mia.

Lei è un torero?

Io sono un Rio de leones,

gloria di Andalusia.

Tu sei un torero?

No, Signore. Io non ero torero.

Io ero Giovanni Farina

un ragazzo pastore

di mattina e di sera,

nella stagione della semina,

pungolatore di buoi e di vacche.

Ma io non ero un torero.

Nel cancello dell’orto

un bue mi aveva incornato.

Ma non ero torero.

Zitto, bambino, sta’ buono.

Tu sei un torero!

Il più grande torero sardegnolo

venuto a mancare da giovane.

Saliamo uniti ai tori celesti.

Dai la tua piccola mano

a questo leone ferito

torero sardegnolito

bambino del mio cuore